Manfredi Catella, il principale protagonista del redesign della zona di Milano nota come Porta Nuova, è uno dei principali e più importanti industriali e manager del nostro paese.

A capo della sede italiane di una delle prime aziende statunitensi nel mondo dell’immobiliare Hines, Catella è riuscito a dare splendore ad un quartiere dove fino a qualche tempo fa c’era principalmente degrado. Isola, Garibaldi e Varesine sono i tre quartieri milanesi coinvolti nello sviluppo di questo progetto: 340.000 metri quadri in totale che sono stati uno dei principali investimenti milanesi per l’Expo, l’evento mondiale che vede come protagonista il nostro paese.

Un cantiere di dimensioni davvero enormi, che va da Porta Garibaldi fino a Piazza della Repubblica, senza dimenticare Porta Nuova e via Melchiorre Gioia. L’obiettivo finale nella mente di Manfredi Catella è stato quello di dare a Milano una serie di palazzi moderni, autosostenibili, una sorta di indicazione futura nel mondo delle costruzioni per il nostro paese, da costruire anche da parte di altri concorrenti. Tra i vari, la Unicredit Tower è il principale progetto, che ha portato Manfredi Casella alla finale degli Mipim Awards.

I fondi per poter realizzare il progetto sono stati ottenuti, oltre che dai soci, anche dalle banche italiane e dal Qatar, che lo stesso Catella ha provveduto a sollecitare.

La formazione di Manfredi Catella è passata per alcune delle principali università del nostro paese e del mondo. Laureato in economia alla Sacro Cuore di Milano, ha conseguito anche una laurea in pianificazione immobiliare al Politecnico di Torino e una specializzazione alla London Business School di Londra.

Tutto questo ha dato a Manfredi il background culturale e di conoscezne fondamentale da avere per poter dirigere con efficacia aziende del calibro di Hines (benché “solo” la filiale italiana) e progetti come quello di Porta Nuova.

La scelta di nominare Manfredi Catella come numero uno in Italia da parte di Hines è stata particolarmente giusta, considerando le capacità che il livornese classe ’68 ha saputo dimostrare in tutti questi anni. Si tratta di uno di quegli imprenditori “di razza”, che oggi sono sempre più rari.